
Vado a Bordeaux e non faccio un salto a Saint-Émilion?
Un borgo da visitare assolutamente per i suoi caratteristici viottoli che salgono e scendono in modo disordinato, ma regalando rilassatezza e quiete. Soprattutto ti fa respirare e percepire un passato legato alla cultura del vino: il vino arriva con i Romani, ma è anche la Chiesa che contribuisce alla diffusione della sua cultura e, qui, di chiese ce ne sono parecchie e anche molto storiche.
Vigneti che circondano la cittadina, ancora con qualche scorcio medievale, e poi ancora vigneti che quasi si incastonano nei vicoli.
Arrivo alla stazione, minuscola, quasi a non voler disturbare la quiete delle vigne. Subito uno Château ben segnalato, vigne e ancora vigne sul percorso di una decina di minuti fino al paesino.
La curiosità è tanta. Quasi mi intrufolo, come se fosse un pertugio stretto, nel primo vialetto e subito tante cave de vin e tanti piccoli negozietti di souvenir. Va bene così, in fondo è un paesino molto turistico.
Entro in una di queste cave e il ragazzo mi accoglie con la cortesia discreta tipicamente francese. Con soli dieci euro, quattro vini in assaggio e, naturalmente, gli chiedo che in questi assaggi vorrei sentire le differenze di territorio.
Finito il giro fra chiese, café allongé, pain au chocolat, quiche lorraine e tanto altro, è ora degli assaggi prima del rientro.
Vi anticipo la conclusione del mio breve ma interessante, anche se ancora molto embrionale, percorso di assaggi: piacevolezza, bevibilità, frutto e meno omologazione nei vini della Rive Droite. Lo stile dei vini va verso bevute easy, senza tanti sofismi, solo immediatezza e riconoscibilità. Più linearità e una maggiore omologazione, invece, nei vini della Rive Gauche.
Ora, la mia è una valutazione “grezza”, figlia di una brevissima esperienza che farò in modo di ripetere.
Il primo vino è un Pomerol 2023, La Guillotière” dello Château Guillot-Clauzel, 100% Merlot, che nasce su terreni argillosi – la chiamano argilla blu. Stupisce la pulizia del frutto, con amarena e ciliegia, e mentre si apre arrivano pepe nero e sottobosco, ma sempre con grande finezza. Non male per un vino da 27 euro al consumatore.
Il ragazzo, forse per cortesia, o forse no, mi conferma le mie sensazioni. Al gusto l’equilibrio fra acidità, tannini, frutto e mineralità mi ha lasciato con poche parole. Sì, ok, manca un po’ di persistenza, ma è un vino senza sbavature.
Ok, Pomerol è da approfondire nei prossimi viaggi. “Chiamalo vino base”… bah.
Poi non poteva mancare un Saint-Émilion, un Grand Cru Classé 2015 dello Château Laroze: 62% Merlot, 30% Cabernet Franc e 8% Cabernet Sauvignon, con affinamento in barrique per il 65% nuove e il restante di secondo passaggio.
Vino elegante e lineare in ogni senso, vestito di una signorilità mai ostentata. Giocato su toni piacevoli a partire dai profumi balsamici e di sottobosco che si alternano alle note vanigliate e speziate del legno. Sbuffi di humus e frutto nero sono ravvivati da note agrumate. Interessante.
Al palato è voluminoso, ricco di frutto, ampio, con tannini fin troppo precisi e continui richiami di sapidità, tanto da renderlo piacevole e mai stucchevole.
In conclusione un vino perfetto, perfetto, perfetto. Ma non lo andrei a cercare. Non mi ha dato molta emozione.
La vera emozione me l’ha data la denominazione Castillon-Côtes de Bordeaux. Si trova appena a est di Saint-Émilion e, per molti appassionati, è una delle zone con il miglior rapporto qualità-prezzo di tutto il Bordolese. Il punto forte di Castillon è il terroir calcareo, capace di dare vini più profondi, minerali e longevi. Non voglio fare il saputello, ma ne avevo sentito parlare bene da più di un appassionato e la curiosità era parecchia.
Lo Château è Le Pic du Versant 2022. 60% Merlot e 40% Cabernet Franc. Affinamento di 20 mesi con l’80% di barrique nuove. Piccolo possedimento di una coppia appassionata.
Vabbè, vi anticipo che questo vino mi è piaciuto assai.
Perché?
Perché era riconoscibile, aveva un suo carattere, si leggeva il territorio (guidati dall’enotecario) e poi rientrava perfettamente nelle mie corde.
Subito caffè tostato e poi sbuffi balsamici, note resinose e affumicate, umami e una mineralità quasi invadente, il tutto avvolto da note di frutto rosso e nero, con richiami al mirtillo. La nota calcarea era evidente anche al naso.
Mentre si attendeva e si chiacchierava, lui si apriva, evolveva, ed emergevano cioccolato e sfumature di menta, come mangiare un After Eight.
Il gusto era immediato, con frutto e sapidità che prevalevano su tannini ben lavorati ma ancora vivi. Il finale era molto interessante, fresco, balsamico e abbastanza lungo.
Il mio viaggio a Saint-Émilion si conclude con la consapevolezza che si possono bere vini di qualità a prezzi accessibili.






































