
Il colore è di un porpora impenetrabile. Sarà perché è giovane? Andiamo a scoprirne i profumi.
I tratti sono immediatamente riconoscibili, come in mille altri vini dello stesso stile: fruttuosità immediata e pulizia quasi immacolata. Il frutto rosso maturo è quasi affettabile per precisione e intensità; richiama la ciliegia nera e la confettura di more. Timidi, ma percepibili, qualche accenno di spezia e di cioccolato fondente.
L’esame olfattivo mi preannuncia una degustazione al palato molto easy. E infatti la previsione viene confermata.
La beva è agile, fruttata, i tannini sono smooth, quasi vellutati. Nessuna asperità, ma nemmeno il minimo accenno di personalità. È un vino perfettamente bilanciato in ogni sua sfumatura.
Insomma, un vino costruito per piacere a un pubblico molto ampio.
Per carità, ci sta. Ma questo non fa che confermare una mia convinzione: se continuiamo a produrre vini tutti uguali, saremo sempre perdenti. Loro hanno ettari, sole, tecnologia e prezzi competitivi… tirate voi le conclusioni.
L’unico legame riconoscibile con il vitigno è un leggero richiamo resinoso accompagnato da una tenue sfumatura vegetale.
E concludo.
Vini senza anima, fotocopia di ogni annata, privi di personalità e con un finale piuttosto corto. Il frutto, però, rimane ostinatamente in ogni pertugio del palato.
Il territorio? Se mi avessero bendato avrei potuto indicare un Paese qualsiasi.
Dettaglio non da poco: è stato il primo vino che mi hanno proposto in un pub di Chester, in Inghilterra. Eppure, nella ricca carta dei vini, le etichette italiane non mancavano.
L’etichetta degusta è quella sotto


