Perdonatemi se torno a Chester, ma questa foto ero indeciso se farvela vedere. Poi mi sono detto: “Se potrà servire a stimolare un dialogo e un confronto, ben venga”.
Finalmente anche fra gli addetti ai lavori si inizia a parlare di colore come elemento distintivo del territorio e di riconoscibilità (sono vari i confronti che sto avendo con amici enologi e produttori).
Per quelli come voi che siete fruitori passivi di vino, vedo già le vostre facce davanti a uno scaffale del genere. E la domanda è sempre la solita: “Quale scelgo? Andrà bene sulla carne di stasera e sul pesce di domani? Se la porto alla cena di stasera farò una bella figura?”. E mille altre perplessità vi assedieranno.
E quindi, per non sbagliare, si prende quella bottiglia di cui avete sentito parlare -marketing-, di quel marchio di cui vi fidate da sempre: “forza del brand”.
Mettete la mano su quell’etichetta che avete bevuto in un ristorante la settimana scorsa, ma che non vi aveva convinto molto. Però, per non sbagliare…
O, nella migliore delle ipotesi, andate a sentimento, seguite il cuore. Oltre a poter scegliere anche se è scritto Salento. Ormai il Salento è fashion, quindi non sbagliamo. Ma chissà cosa significherà IGT, DOC, boh… C’è una bella foto di Castel del Monte sull’etichetta: “Vabbè, prendo questa”. Mi piace l’etichetta. Vedo che c’è scritto anche Nero di Troia. Sarà il vitigno? Ma l’ho visto anche in TV.
Bene, questo è quello che succede a una persona qualsiasi, poco esperta, quando va al supermercato a scegliere una bottiglia di vino. Riuscirà a comprendere in pochi secondi quello che vuole?
No.
Perché sceglie in pochi secondi e, in quei pochi secondi, l’etichetta deve comunicare se quel vino è giusto o meno per gli spaghetti con le cozze o per la zuppa di scorfano.
E allora ci resta un unico elemento che può dare un messaggio immediato e certo: il colore. Tutti sanno che il rosato si abbina ovunque. Ma se è di colore bianco carta andrà bene solo per l’aperitivo?
In Puglia e in Abruzzo siamo fortunati. Ancora di più gli abruzzesi, perché finalmente il nome “Cerasuolo” sta iniziando a definire una tipologia precisa: colore cerasa, ricco di profumi di ciliegia e una beva agrumata e piacevole ricca di frutto.
In Puglia abbiamo più versioni e quindi il lavoro di comunicazione si complica. Il Bombino Nero di Castel del Monte ha un colore rosa corallo. Il rosato salentino dovrebbe virare più verso il rosa carico. Il rosato da Primitivo dovrebbe avvicinarsi alla tonalità della ciliegia matura. In conclusione possiamo diversificarci e renderci visibili, basta comunicare il colore… Se vogliamo, non abbiamo un rosato dal colore uguale. Ma perché complicarci la vita?
Ecco, immaginate il nostro rosato nello scaffale di un grande supermercato in UK, dove il cliente sa a malapena che il vino si fa dall’uva. Secondo voi cosa sceglierà? Girerà la bottiglia per vedere da dove viene? Si leggerà tutte le poesie sull’etichetta?
Andrà sul sicuro: Francia e Paesi che hanno un marketing più agguerrito.
Loro comprano il Paese, la nazione. Per spiegare a molti dove fossero la Puglia e l’Abruzzo dovevo dire: “Molto sotto Roma e a destra di Napoli”. Loro si fermavano lì.
Però noi abbiamo deciso di scolorire il nostro rosato perché i francesi lo fanno così e i clienti vogliono quello. Ma nessuno ve lo vieta di farlo, perché il mercato è sovrano.
Se però vogliamo iniziare a farci riconoscere, dobbiamo iniziare a mettere in bottiglia i colori e i sapori delle nostre vigne.

Pub Chester
Queste discussioni sono anche un confronto con amici enologi e produttori. Qualcosa, però, si sta muovendo. In Abruzzo ormai il Cerasuolo non si tocca. Mentre poi ti fai il rosatello anemico e te lo vendi comunque.
La soluzione? Unirsi e fare fronte unico.
Quello che vedete in foto è solo una parte dello scaffale. Adesso moltiplicate per dieci e immaginate quanto vino c’era in quel supermercato. E l’Italia aveva solo alcuni ripiani con scritto “Italia”. Dentro c’era di tutto, dal Nord al Sud. Lascio a voi capire la mia tristezza. La Francia, invece, era divisa per territori produttivi, ben distinti fra loro, con prezzi interessanti.

E poi un messaggio a tanti produttori. Nei pub che ho visitato, gestiti da giovani inglesi, ho visto molto vino venduto egregiamente al calice, con tre differenti prezzi. C’erano le etichette da lavandino, ma anche la chicca interessante. Ed erano in tanti a bere vino. E io ci sono andato quasi ogni sera per un mese.

Carta dei vini
Guardare e meditare… quelli sulla lavagna sono vini, è una carta dei vini scritta a mano..
Ieri parlavo con un amico produttore e si lamentava dei ricarichi del ristorante, dell’incapacità di molti ristoratori di vendere al calice, fra prezzi e gestione in genere.
Ma qui mi taccio, perché preferisco scriverne in un altro pezzo.
In conclusione, siamo entrambi arrivati -ma, a dire il vero, io ci ho provato- a una conclusione: molta ristorazione ha bisogno di formazione.
Basta così. Alla prossima. Guardatevi le foto e ditemi: quale rosato scegliereste?
Ah, proposito…
Non c’erano rosati italiani.
