Non ci volevo credere… arrivo in questo immenso supermercato nella periferia di Chester, a pochi passi dal fiume Dee e da quella casa dove ho passato un mese della mia vita. Non esito e lo prendo pur di mettere a tavola un vino di una terra a me cara.”
Questa famiglia inglese beve a tavola solo acqua liscia o bevande zuccherate e fruttate di ogni genere: insomma, un castigo per me. Il Pecorino era il mio riscatto: “Finalmente stasera si beve!”
Enorme e lungo il corridoio dedicato ai vini: tutto il mondo era ben distribuito per nazioni. La Francia faceva la voce grossa per tipologie e differenziazione delle zone.
Per noi c’era solo scritto ‘Italia’ e poi un miscuglio di vini, fra cui l’unico e solo Pecorino abruzzese e un Primitivo pugliese.
Ma stasera avevo comprato un Homity Pasty e il Pecorino ci stava alla grande. L’Homity Pasty, come si vede nella foto, è un fagottino di pasta salata… A quanto pare è un piatto della tradizione inglese che nasce inizialmente come una classica torta salata aperta, per poi arrivare alla versione a fagottino, più adatta al consumo da street food.
Insomma, devo dire che, assieme al tonno, cipolle, pomodori e cetriolo, ho potuto bere mezza bottiglia del mio Pecorino. Poteva anche essere il peggiore vino del mondo, ma per me è stato rigenerante trovarlo e berlo.
Ma devo dire che, sarà stata l’astinenza, l’ho trovato abbastanza aderente al vitigno. Profumi di fiori bianchi, erbe aromatiche e note agrumate, esaltate dalle tecniche di produzione di questo vino: non sto a dilungarmi sul perché e sul per come. L’acidità prendeva il sopravvento, lasciando il palato rinfrescato e ricco di frutto. Giocato su un bilanciamento corretto fra acidità e frutto, con una persistenza adeguata al prodotto, dal prezzo irrisorio per essere in UK.
In conclusione, i miei ospiti hanno gradito e ho dovuto anche raccontarlo in inglese sgangherato (infatti ero li per studiare) , perché per loro era davvero inusuale che una pecora desse il nome al vino…
Il vino è prodotto da una delle più grandi cooperative abruzzesi, Citra Vini, a Ortona. E fare vini di buona qualità con quei numeri bisogna essere proprio bravi.
Una precisazione, per i fenomeni dal bicchiere roteante…
Aggiungo solo che possiamo stare a discutere sulla qualità di quel vino, sull’aderenza al vitigno e al territorio, un campo nel quale credo di essere abbastanza preparato.
Ma vi assicuro che essere lontano da casa migliaia di chilometri e trovare qualcosa che senti tuo è tanta roba: ti rigenera. E comunque, il vino si beveva bene.
- In un altro pezzo voglio parlarvi degli scaffali del rosato… ora mi taccio…!




