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Capita, ogni tanto, di organizzare degustazioni con amici partendo da un’idea semplice: stappare bottiglie dimenticate. Sì, quelle lasciate a impolverarsi sugli scaffali disordinati, fino al giorno in cui esclami: “Caxxo, ma questa Falanghina da dove salta fuori?”.
Così ho messo insieme un gruppetto tutto al femminile – e pure tosto – e via con la degustazione alla cieca. Bottiglie nei sacchetti, decanter in fila, discussioni animate e inevitabili battibecchi da “brontoloni da bicchiere”. Insomma, il solito teatrino enologico fatto di seghe mentali infinite e schizzi di vino qua e là.
Alla fine, però, in quattro abbiamo trovato un consenso: c’era una bottiglia che ci aveva spiazzato, conquistato e fatto sorridere. Io ero convinto si trattasse di un Pecorino (che pure c’era e che racconterò un’altra volta), e invece no… lei si è presentata senza preavviso: Le Fossette 2014.
Già mentre la versavo, mi parlava. Colava lenta e cremosa nel decanter, con un giallo paglierino brillante che sapeva di fascino e di allure, come una chanteuse capace di ammaliare con un solo sguardo. Nel bicchiere non precipitava, scivolava con calma, quasi a farsi desiderare. Respirava, si apriva, ammiccava con le sue prime note olfattive.
E nella mia testa un pensiero: “Vedrai, dopo tutti questi anni sarà piatta…”. Già mi immaginavo la delusione. E invece, sorpresa: dal calice ci ha schiaffeggiati, ma con un guanto di velluto. Note floreali e agrumate, pulite, freschissime. Poi si è fatta più civetta: sfumature balsamiche, resinose, speziate. Un pizzico di curry qua, una ventata di salsedine là.
L’aspettativa saliva. La voglia di assaggiarla diventava irrefrenabile. Al primo sorso è arrivata la conferma: freschezza viva, acidità ben presente, mineralità che tiene insieme tutto con eleganza. E ancora frutto integro, miele delicato (mai ossidato), e un finale mentolato da applausi.

Nella cucina di casa Longo con Alberto
Grazie Alberto! Forse non tutti lo conoscono, e allora mi permetto di raccontarvelo. Alberto Longo è figlio di una storia che nasce dall’incontro di due mondi, quelli che la transumanza sapeva unire. La madre scendeva con la sua famiglia dalle montagne abruzzesi, portando le greggi nella pianura pugliese. E lì nacque l’amore. Oggi la mamma custodisce ancora i valori di famiglia, mentre papà Giovanni veglia dall’alto.
Da ragazzo Alberto aiutava il padre tra vigne e campi di cereali. Poi arrivarono gli studi, la laurea e una carriera professionale brillante. Ma la terra continuava a chiamarlo. E per regalare gioia ai genitori decise di ridare vita a quei luoghi costruendo Masseria Celentano, un resort dove il tempo sembra fermarsi e la memoria ritrovare casa.
Non appagato, apre anche una cantina nella sua Daunia, coinvolgendo enologi di spessore e puntando a valorizzare il territorio. E i risultati, come questa Falanghina, parlano da soli.
Io, dubbioso sulla complessità olfattiva, ho pure tirato giù dalla libreria il “Moio – Il Respiro del vino”. Alla pagina 437 c’è la radiografia perfetta della Falanghina: una conferma a quello che avevo nel bicchiere. (Se vi interessa, vi mando una mappa concettuale dei descrittori…).
E con questo chiudo. Vi consiglio di cercare le varie annate della Falanghina di Alberto Longo e, se vi capita, il suo Cacc’e e Mmitte di Lucera: una meraviglia. Ma di quello magari vi racconto un’altra volta.
… per approfondimenti vi allego il link di un mio datato contributo a questa splendida famiglia:
Il Cacc’e mmitte di Lucera di Alberto Longo, l’amore per i vini e per il suo territorio