Leonardo Pallotta: L’architetto veste di eleganza il Nero di Troia…
La Riserva gioca su balsami e spezie, mentre il “classico” punta dritto alla piacevolezza e al gusto, quello che ti fa dire “ancora un sorso”.
La Riserva gioca su balsami e spezie, mentre il “classico” punta dritto alla piacevolezza e al gusto, quello che ti fa dire “ancora un sorso”.
Già mentre la versavo, mi parlava. Colava lenta e cremosa nel decanter, con un giallo paglierino brillante che sapeva di fascino e di allure, come una chanteuse capace di ammaliare con un solo sguardo. Nel bicchiere non precipitava, scivolava con calma, quasi a farsi desiderare. Respirava, si apriva, ammiccava con le sue prime note olfattive.
Con il Fabri, invece, la famiglia de Corato ha resistito alle sirene del mercato. Hanno fatto un vino che sa di Puglia, di Murgia, di pietra carsica. Un vino che sa di giornate passate a spaccare pietre per fare muretti a secco, delimitare vigne e proprietà. Altrove li chiamano cru. Qui, semplicemente, era la vita di tutti i giorni. E a fine lavoro, quel nettare diventava l’energy drink di chi non aveva bisogno di Red Bull.
Bastava guardarlo: le tonalità intense del colore, i profumi delicatamente floreali intrecciati a leggere sfumature di spezia nera, quel gusto amarognolo e inconfondibile… tutto parlava la lingua del Sud, della terra rossa, del sole. Tutto evocava una tradizione, un’origine, una memoria.
Prima di entrare nel cuore della serata, è giusto soffermarsi sul contesto. Felline è un piccolo gioiello del Salento, un paese minuscolo e incantevole dove il tempo sembra sospendersi. Ideale per vacanze silenziose, lontane dal caos, eppure a soli cinque minuti da un mare spettacolare, con sabbia bianca e boschi protetti. La macchia mediterranea è protagonista: cespugli di mirto, pini altissimi e profumi che si insinuano sotto pelle.
Oggi il Nero di Troia si declina anche in versione rosato, e lo fa con risultati straordinari. I produttori pugliesi, sempre più consapevoli, lavorano in bianco le uve con tecnica e sensibilità, estraendo l’anima più fine e fragrante del vitigno, lasciando da parte le componenti più ruvide.
In questo vino convivono tre varietà autoctone, ognuna con la sua voce: il Moscato regala sentori di frutto giallo come l’albicocca e spezie gialle. Il Bombino Bianco porta struttura, acidità vibrante, equilibrio. La Malvasia arrotonda il tutto con sfumature di sambuco e pesca gialla.
L’Aleatico è sempre stato utilizzato come uva per la produzione di vini da fine pasto, morbidi, tendenzialmente passiti, per le sue caratteristiche speziate e floreali quindi degno di concludere un menu con formaggi semi stagionati.
Un appuntamento all’avanguardia che si propone come stimolo per le nuove generazioni, le quali attraverso talk, convegni e tanta creatività, hanno modo di approfondire i temi della cultura della cucina mondiale, anche grazie alla presenza di ospiti di fama internazionale.
Varcata la soglia, il cliente trova in sala il carrello del pesce di mare, sottolineo di mare (all’epoca non
esisteva il pesce porzionato e di allevamento), oggi Giancarlo Arcieri continua ad acquistare da barchette locali. In questo modo il cliente poteva già farsi un’idea di cosa avrebbe mangiato e di cosa avrebbe ritrovato nei piatti.